Gli obiettivi conoscitivi e il percorso

In questo paper presento alcuni risultati di una ricerca condotta per conto di un sindacato lombardo, la Fim-Cisl, tra gennaio e marzo del 2008. Il bisogno conoscitivo generale era: mettere a fuoco i rapporti intergenerazionali nell’organizzazione; comprendere meglio cosa pensano i giovani sindacalisti del loro ruolo. Per approfondire i temi da indagare e ottenere alcuni risultati preliminari sono stati effettuati un primo focus group e quattro interviste in profondità. Tre sindacalisti erano seniores — cioè non appartenevano alla fascia anagrafica né dei giovani tout court, né dei giovani sindacalisti; e avevano diversi anni di esperienza all’interno dell’organizzazione — uno era juniores. I risultati che riporto in questo articolo sono costituiti sia dall’analisi del primo focus group e delle interviste in profondità, sia dall’analisi di un successivo focus group formato da otto giovani sindacalisti. La tecnica del focus group è stata scelta perché permette l’individuazione dell’opinione intersoggettiva sui temi indagati (Corrao 2000). Era, infatti, necessario individuare la presenza (o meno) di un “sentire comune”, di alcune motivazioni e percezioni dei giovani sindacalisti intesi come gruppo; tutto ciò per capire se potevano essere scorte di tracce di senso di appartenenza a una generazione.

Nella prima parte della ricerca un dirigente delinea una dinamica di riconoscimento intergenerazionale che troverà una conferma totale nella sessione di focus. I giovani sindacalisti prendono le distanze dai loro coetanei: “Quando loro pensano ad altri giovani, li ritengono individualisti; pensano a se stessi come quelli che si sforzano di andare oltre se stessi. Capiscono l’approccio utilitarista, ma si sentono meno egoisti”. Come vedremo, siamo in presenza di due fratture: una è inter-generazionale e interna al sindacato (juniores/seniores); l’altra è intra-generazionale, fra giovani sindacalisti e giovani lavoratori (ancor più con i giovani italiani in generale).

Avvicinarsi “casualmente” alla vita sindacale: le premesse biografiche

Come vi siete avvicinati al sindacato? I partecipanti al secondo focus hanno risposto unanimemente: “per caso”. Un intervento sul tema, come spesso accade, apre la breccia interpretativa: “Perché FIM-CISL? Perché mio zio era nella FIM-CISL come rappresentante sindacale, e quindi ho seguito il suo percorso. Era da 16 anni che ero in questa azienda e non mi ero mai interessata del sindacato. E poi mi stava più simpatico il sindacalista FIM di quello FIOM” (N.). La stessa persona un istante prima aveva affermato: “Mi sono avvicinata a questo mondo particolare perché è andata in pensione una mia collega. Alle elezioni precedenti ero arrivata seconda dietro questa collega. Così mi sono trovata in questo ruolo”. La formula “sono qui per caso” allora può apparire una razionalizzazione, o intellettualizzazione, o acquiescenza. Personalmente propendo per una mera inconsapevolezza biografica, e, più precisamente: non dare il giusto peso al processo di socializzazione avvenuto in famiglia (e zone limitrofe). A questo punto innesco un altro giro di tavolo per verificare la presenza di altre circostanze “non casuali” di avvicinamento alla FIM-CISL. E’ interessante riportare l’opinione che S. ha espresso in prima e in seconda battuta.

“Io mi sono avvicinato per purissimo caso. Lavoravo dentro una società interinale e sono stato chiamato dalla CISL per lavorare in ALAI, che è quella parte del sindacato che si occupa dei lavoratori atipici. Da lì, dopo un anno circa, mi hanno chiamato nei metalmeccanici” (S.).

“La famiglia nel mio caso non ha influito per niente. L’unico era mio nonno, che era nella commissione interna della Fiom. Ma è morto prima che io nascessi. Lui ha influenzato mia madre… Quando è capitata l’occasione di entrare nel sindacato mia madre invece mi ha detto vai, ti appoggio, non è un lavoro qualunque; sei in mezzo alla gente, alle persone” (S.).

S. ribadisce che non si possono scorgere premesse biografiche alla sua scelta di impegnarsi nella vita sindacale; subito dopo afferma che il nonno faceva parte della commissione interna della FIOM. È stupefacente, poi, come il soggetto ricostruisca chiaramente il passaggio della passione sindacale tra nonno e madre (che lo inciterà ad andare avanti) senza trarne le doverose conclusioni. Poco più avanti S. introduce altri chiari elementi che hanno spianato la strada alla sua partecipazione alla vita sindacale, facendogli prendere in considerazione il sindacato come una reale opzione biografica e identitaria: “Mio nonno era un membro del partito comunista, partecipava alla grande. Mia madre ha fatto il ’68 e sociologia a Trento, ed era crocerossina”.

S. alla fine ricostruisce con chiarezza i legami tra cultura familiare e partecipazione alla vita sindacale: “Ripensandoci la figura di mia madre è stata fondamentale. Lei è appassionata di politica e si tiene sempre informata. Quando ero piccolo ha cercato di spronarmi ad interessarmi alla politica, ma io non ne avevo voglia. Poi, piano piano, sono cambiato, e ho iniziato ad interessarmi di più al mondo circostante”.

Probabilmente i partecipanti interpretano in maniera stretta il concetto di influenza. Da un punto di vista sociologico la presenza nella famiglia (con tutte le sue diramazioni) di persone che hanno esperienze associative in politica, ma pure nel vasto mondo del volontariato sociale, è un chiaro segnale della presenza di premesse (quantomeno culturali) per una futura partecipazione alla vita associativa del soggetto. Per intendersi, l’influenza non scatta solo se il padre è sindacalista della FIM-CISL e, prendendoti per il bavero, ti porta a tutte le sue riunioni sindacali sin da quando hai cinque anni!

Anche nel caso di A. si scorgono chiaramente delle premesse familiari che possono aver influenzato il suo avvicinamento al sindacato. Erik Erikson avrebbe interpretato la scelta di A. come “identità contro” (1968); quindi una scelta in ogni caso fortemente condizionata dalla famiglia.

“Io mi sono avvicinato al sindacato mentre stavo studiando. Dovevo fare uno stage e ho scelto di farlo nel sindacato. Sono finito in CISL per caso. Poi mi è arrivata la chiamata dalla FIM con la quale già collaboravo” (A.).

“Io non avevo una tradizione sindacale in famiglia, ma sono nato in fabbrica. Nel senso che mio padre è imprenditore, mio nonno lo era stato, i miei parenti lo sono. Ovviamente nessuno di loro è mai stato iscritto al sindacato; loro erano assolutamente contrari al sindacato” (A.).

Non sono un romanziere, ma si potrebbe azzardare l’immagine evocativa del nostro giovane che, stando sempre in fabbrica, inizia a giocare con i figli degli operai, ne diviene amico, e via dicendo. A. poi aggiunge: “Mia madre faceva la crocerossina… I miei nonni, i miei zii erano tutti politici dentro le amministrazioni comunali e provinciali. Erano tutti democristiani. Erano iscritti. E alcuni sono stati anche sindaci”.

Una buona comprensione dei rapporti intergenerazionali all’interno dell’organizzazione sindacale non può prescindere da una corretta comprensione delle relazioni intergenerazionali tout court — a partire dalle proprie. Se non si mettono a fuoco i processi di socializzazione primaria e secondaria — e anche alcuni tratti socio-antropologici della propria cultura di appartenenza — che hanno contribuito alla formazione della propria identità personale, difficilmente si sarà capaci di vederli all’opera negli altri, nelle dinamiche interne all’organizzazione. Per chiudere: i giovani sindacalisti sottodeterminano le ragioni biografiche familiari che hanno contribuito ad avvicinarli al sindacato. Ad ulteriore riprova della bontà di questa chiave interpretativa, in una fase successiva della sessione di focus S. riafferma: “Io non conoscevo il sindacato. Sono entrato per puro caso come ho detto prima”. Rimane un interrogativo cui non si potrà tentare di rispondere in questo articolo: come avviene la selezione dei giovani sindacalisti?

Le iniziative dei giovani sindacalisti, come vedremo più avanti, sono spesso individuali. Tuttavia è solamente la condivisione di un’idea e di un progetto all’interno di un gruppo più ampio che permette di produrre cambiamenti positivi per l’organizzazione. Ma per questi giovani non è semplice “mettersi insieme”: i loro percorsi biografici sono eterogenei; i legami con i sindacalisti seniores paiono seguire una logica personale: si scorgono tracce di dipendenza e di individualismo.

Il sindacalista senior è “quello che ti da il lavoro”

Gli juniores si sentono riconosciuti dai seniores. Il sindacalista esperto si ingegna per aiutare il giovane, e ha presente che il passaggio del testimone è vitale per la riproduzione dell’organizzazione. I giovani di una cittadina lombarda che sono riusciti ha introdurre cambiamenti organizzativi hanno trovato l’appoggio si alcuni seniores: “E’ è stato fondamentale l’appoggio dei sindacalisti più esperti. Aver l’appoggio di una parte dei seniores ti aiuta, ti sprona, e ti crea meno attriti di quelli che si potrebbero avere”. Un altro giovane sindacalista afferma che esiste una differenza nei sindacalisti esperti tra chi detiene potere, chi ha “cariche”, e chi è rimasto un RSU. Il blocco generazionale deriva da un atteggiamento di fondo negativo verso i giovani. In questi casi i seniores — pur riconoscendo il fatto che il giovane rappresenta il futuro dell’organizzazione — giudicano gli juniores poco interessati alla vita organizzativa, agli aspetti collettivi ed identitari dell’ “essere” sindacato. L’impegno del giovane è giudicato intermittente e leggero; in due parole il giovane è troppo concentrato sul suo ombelico. L’habitus del sindacalista esperto è il terreno sul quale nasce un percorso che, passo dopo passo, diventa nei fatti delegittimante — al di là delle dichiarazione e delle buone intenzioni.

“È diffusa l’idea che i giovani rappresentano la continuità e quindi è giusto coltivare i giovani. Poi però quando si entra nel merito del come lavorano i giovani, del loro apporto all’organizzazione, c’è un pregiudizio: ai giovani non gliene frega niente di queste attività collettive, hanno in mente solo di andare a ballare, etc. tutte le cose che delegittimano il giovane”(A., sindacalista senior).

Emerge un “pregiudizio generazionale”, ulteriormente rafforzato dalla mancanza di esperienza del giovane. Pare di essere in presenza di un double-bind, cioè, semplificando, di una forte incongruenza tra il dire e il fare, tra il riconoscimento formale e quello sostanziale (Bateson 1978). Molti sindacalisti esperti incappano nelle classiche lezioni di vita: “L’atteggiamento di molti seniores si può riassumere così: sei giovane, devi imparare tante cose, fai bene ad esserci, fai bene a intervenire… Però senti quello che ti dico io che ho esperienza, ti dico come va il mondo” (L.).

A mio avviso sono gli interventi successivi che — involontariamente, come spesso accade — gettano luce su una plausibile chiave interpretativa dei rapporti intergenerazionali. Un senior costruisce un rapporto privilegiato con un giovane sindacalista. Si adopera per fargli spazio nell’organizzazione, la dà una mano. In due parole lo “tira su”. E, secondo chi scrive, questo rapporto personale è giusto ed inevitabile: è il rapporto maestro-allievo. Tuttavia, se confrontiamo il profondo e sentito riconoscimento verso un singolo — la mela buona, pare di capire — con il riconoscimento ambivalente e traballante del gruppo dei giovani, ecco che incappiamo in un canovaccio italico piuttosto comune. In questo quadro culturale il rapporto personale senior-junior può debordare nel personalismo, nel particolarismo — gli interventi dei partecipanti rivelano forme bonarie di paternalismo (ma il paternalismo è sempre bonario!). In pratica, se si riconosce “quel giovane”, il “mio giovane”, al di fuori del gruppo dei giovani, si alimenta una forma di partecipazione alla vita sindacale con una forte impronta individualistica.

“Io ho una visione diversa. Gli anziani sono quelli che ti hanno dato la possibilità di fare questo lavoro e sono i primi che ti vengono incontro per qualsiasi cosa, ti danno una mano. A volte sembra di essere in una famiglia allargata. C’è sempre la disponibilità di farti spazio. C’è una grossa disponibilità. Poi quella persona si sente responsabile perché ti ha fatto entrare lui. C’è un rapporto molto personale” (A.).

A mio avviso siamo in presenza di una perla; la frase “Gli anziani sono quelli che ti hanno dato la possibilità di fare questo lavoro” rivela molto. In pratica il sindacalista-padre-putativo diventa un datore di lavoro. È da lui che dipende il tuo lavoro, la tua carriera etc. Meritava fare questa ricerca solo per scovare questa unica frase! Emergono tracce di una “cultura della dipendenza” (Birindelli 2006). A livello inconscio, o subconscio, il senior attua un riconoscimento personale del giovane, di “quel” giovane che cerca di aiutare, di far crescere. Tale pratica, di per sé, è normale e auspicabile. Ma, collocandola in uno scenario più ampio, si intravedono controindicazioni. Siamo, infatti, in presenza di un riconoscimento intergenerazionale (di “tutti” i giovani) ambivalente. In due parole, funziona il rapporto junior-senior ma non quello tra juniores e seniores: la ‘s’ del plurale è un nodo organizzativo da affrontare.

I giovani sindacalisti FIM-CISL, al pari dei giovani italiani tout court, hanno già notevoli difficoltà ad agire in maniera collettiva, a condividere una sostanziale solidarietà intra-generazionale. Le pratiche di cooptazione individuali e gli evidenti legami di dipendenza senior-junior indeboliscono ulteriormente l’identità del giovane sindacalista. Quest’ultimo, non ce lo dimentichiamo, è un rappresentante di interessi collettivi. L’atteggiamento che dovrebbe interiorizzare è quello “universalista”. Se invece assorbe massicce dosi di “particolarismo”, con quali risorse identitarie, con quale atteggiamento, con quali valori può affrontare il compito di rappresentare i giovani lavoratori, tutti i giovani lavoratori?

Terminiamo con l’osservazione di un giovane sindacalista: “Se a un certo punto tra giovane e anziano non ci sarà una reciproca stima e rispetto, l’iniziale momento idilliaco del rapporto maestro-allievo rischia di bloccarsi”. Secondo la chiave interpretativa sviluppata in questo lavoro il riconoscimento deve avvenire al plurale: tra giovani e anziani.

I giovani sindacalisti e i giovani italiani

I partecipanti sono stati sollecitati a individuare dei minimi comuni denominatori, dei modi di sentire e di fare che potessero indicare tracce di un senso generazionale. I temi individuati nella discussione sono ideali e valoriali; uno su tutti: la reazione all’ingiustizia sociale. Tuttavia non si scorgono ulteriori elementi condivisi capaci di delineare i confini di un gruppo generazionale. A ciò contribuisce l’età dei giovani sindacalisti — tra i 30 e i 35 anni. All’interno di questa fascia di età si stagliano diverse figure identitarie: il padre con figli, chi abita ancora con i genitori, chi convive, chi è single. Inoltre i soggetti incontrati percepiscono elementi di continuità piuttosto che di frattura con le generazioni sindacali più anziane.

“Non credo che ci sia un senso di appartenenza a un gruppo distinto, quello dei giovani, all’interno dell’organizzazione. Non sento una ‘nuova generazione’, percepisco più elementi di continuità che di rottura intergenerazionale. Questo deriva anche dal fatto che ci definiamo giovani all’interno dell’organizzazione, ma molti giovani hanno famiglia e da un punto di vista sociologico non sono più giovani” (L.).

Essere dei lavoratori rimane un criterio forte per autorappresentarsi, ed è collegato al valore maggiormente condiviso (la giustizia sociale). Ma l’elemento di autoidentificazione più forte è proprio l’appartenenza alla FIM-CISL — che li differenzia dal “resto dei giovani”. Non c’è dubbio che per questi soggetti il lavoro sindacale è una fonte primaria di identità sociale.

Il senso attribuito alla vita sindacale è un elemento di distinzione tra se stessi e gli altri (giovani). È soprattutto la continuità dell’impegno a tracciare un solco netto con altre forme di partecipazione alla vita sociale (giudicate perlopiù leggere o addirittura opportunistiche). Emerge un giudizio non proprio incoraggiante sui giovani italiani. I partecipanti al focus li vedono schiacciati sul presente, egoisti, privi di valori: “Tutto gli è dovuto” (F. ). Un punto è sicuramente condiviso da tutti: i giovani italiani (lavoratori o meno) non hanno il senso della collettività. Se coltivano qualche forma di partecipazione alla vita sociale, lo fanno in maniera sporadica e senza essere sorretti da una progettualità di largo respiro.

“I giovani italiani sono sprovveduti, non pensano al futuro, pensano solo all’immediato” (L.).

“I giovani italiani sono poco educati ai valori, su quello che è essenziale, sulla solidarietà. Sono assolutamente egoisti: gli è dovuto tutto subito e dovuto” (E.).

“Gli apprendisti non hanno senso della collettività, di lunga durata. C’è quella di breve durata. Tipo l’ultrà allo stadio, tipo il volontariato per un’oretta ogni dieci giorni. C’è un senso di appartenenza, ma senza progettualità” (S.).

Come spesso accade, si accende una discussione sulle responsabilità dei genitori e su quelle dei figli. I giovani sono considerati talvolta vittime del sistema e di una pedagogia distorta portata avanti dagli adulti, talaltra “conniventi”.

“Io ritengo che i giovani siano le vittime. Sono cresciuti in questa società. La maturità della persona oggi si raggiunge più lentamente” (P.).

“Sicuramente sono vittime, nel senso che la responsabilità maggiore è dei genitori” (E.).

“La responsabilità è dell’ambiente in cui cresci. Dobbiamo parlare di generazioni precedenti” (A.).

“Non possiamo continuare a dire poverini, povere vittime: si riproduce la logica della deresponsabilizzazione” (M.).

Secondo i partecipanti la sindrome della presentificazione temporale è dovuta a problemi strutturali (economici, politici etc.); in questo quadro la fase giovanile si prolunga oltremodo. Ma emergono anche delle osservazioni di taglio culturale. Padri e madri, pur avendo assorbito i valori della giustizia sociale, dell’uguaglianza, non sono riusciti a trasmetterli — perché non li hanno messi in pratica. L’atteggiamento opportunistico dei giovani sarebbe pertanto una forma di risposta pragmatica e adattiva alle possibilità e alla cultura del proprio tempo.

Emerge infine una chiave di lettura interessante dei rapporti intergenerazionali: la ciclicità. In pratica solo i giovani del futuro saranno più autonomi e responsabili. I loro genitori saranno stati capaci di educarli a una vita difficile, in un panorama sociale che costringerà gli uni e gli altri a rimboccarsi le maniche. Sino ad allora, pare di capire, c’è poco da fare. Il problema, il cortocircuito socio-logico di questo ragionamento è evidente. I bravi genitori del futuro sono gli stessi giovani poco autonomi, poco responsabili del presente. Inoltre delegare alla ciclicità della storia, allo scorrere della vita collettiva, i problemi della condizione giovanile e dei rapporti intergenerazionali, suggerisce un atteggiamento passivo dei partecipanti al focus.

Ma cosa significa essere adulto? Dipende dalla propria situazione biografica.

“Essere maturo non significa avere una famiglia o una casa per conto tuo. Allora io sarei un adolescente: vivo con i miei, non ho una casa. Ma io mi sento maturo, adulto a 35 anni” (M.).

“Avere una famiglia e dei figli ti responsabilizza di più. Anche non volendo ti costringe ad essere maturo. Non è il dato anagrafico che ti rende maturo. Se tu hai fatto una cazzata a 14 anni c’è qualcuno che pensa a te. Quando sei maturo paghi te. E se hai figli e famiglia la tua cazzata la fai pagare anche a loro. Sei doppiamente responsabile” (E.).

Riemerge una spaccatura identitaria: chi è già genitore; chi è ancora “figlio”. Questo disassamento delle situazioni vitali è cruciale. Pensare eventuali nuove politiche, nuove strategie sindacali, deve tenere conto dell’identità dei giovani sindacalisti. Al di là di sociologismi e psicologismi c’è differenza tra chi è padre e madre, e chi ancora non lo è.

Farsi largo nel sindacato: “Io sì!”

Chiudo questo paper ragionando su una serie di affermazioni emblematiche. Alla fine della sessione di focus, i partecipanti sono stati invitati a discutere nuovamente sul loro ruolo all’interno dell’organizzazione. Al di là delle vischiosità organizzative, al di là delle cose che non funzionano, ho chiesto: “Secondo voi i giovani sindacalisti possono fare di più?”. Era un richiamo a discutere dei propri limiti come delle proprie possibilità; era un richiamo al loro essere adulti — quindi autonomi e responsabili. A questo punto ci tuffiamo in un mare di perle!

In pratica i giovani sindacalisti non sono giovani. In astratto potrebbero fare di più, ma il “di più” è impedito dalla fidanzata o dalla famiglia: “Cosa può fare un giovane sindacalista? Può fare di più? L’età è un elemento condizionante. Se hai famiglia è difficile” (F.).

“Sostanzialmente si può sempre fare di più. Ma i giovani sindacalisti non sono così giovani. Molti hanno una famiglia, hanno dei vincoli. Il giorno lavori, la sera hai la famiglia o la fidanzata” (M.).

Ma l’aspetto interessante è che allo stimolo “potete fare di più” i partecipanti scivolano quasi automaticamente verso il sindacato, i seniores: “loro” potrebbero fare di più. Riporto per esteso un momento chiave del focus group.

  • – Birindelli: “Pensate che il giovane sindacalista faccia abbastanza o può fare di più?”.
  • – Partecipante: “Si potrebbe fare di più. Se facessero [loro] più corsi formativi, anche di base. Da noi questo non accade abbastanza”.
  • – Birindelli: “Ma io ho chiesto se voi potete far di più. E tu hai risposto: loro non fanno abbastanza formazione. Ripeto, voi potete far di più?”.
  • – Il partecipante ora parla di altri “loro”: “Ma c’è gente che pensa che siamo pagati di più. Molti pensano che stiamo in giro a non far niente”.

Siamo di fronte a un tratto socio-antropologico tipicamente italiano. I giovani (e gli adulti) italiani, analizzati attraverso la coppia concettuale responsabilità/dipendenza si collocano decisamente sul versante dipendenza:

“L’attore (proiezione dell’ego) non è mai colpevole; la colpa è sempre di quelli che stanno più in alto,‘loro’. Il fanciullo è abituato ad attendersi tutto dalla mamma, che l’adulto traspone (quando la traspone) nel ‘protettore magico’ (Fromm 1941)… Se i protettori magici non mi guidano la mano, non mi evitano guai e non mi impediscono di commetterne, allora sono cattivi, e la colpa dei guai è loro. Ego non ha responsabilità, quindi non può avere colpe” (Marradi 2005, 125-126).

Ma il giovane — e questo, secondo chi scrive, è un bel segnale — a un certo punto deve trovare autonomamente strumenti e vie per migliorare il suo ruolo. Il giovane sindacalista, piuttosto che posizionarsi negli spazi offerti, dovrebbe iniziare a “sgomitare”. Se il giovane si blocca all’interno del legame di dipendenza con i seniores, è di fatto condannato a una partecipazione subalterna. Il giovane-sindacalista per diventare un adulto-sindacalista è tenuto ad essere più autonomo e ad assumersi più responsabilità.

“Se mi dai la formazione che chiedo, bene; altrimenti me la faccio da solo. E poi: sgomitare! Altrimenti ci sarà sempre l’imprinting del senior che dice: bene, ci devi essere, ma fai come ti dico io. E’ quell’atteggiamento paternalistico che di fatto frega la partecipazione dei giovani” (E.).

Il grido di autoincitamento per l’assunzione di responsabilità è una nota positiva. Tuttavia, leggendo fra le righe degli interventi, rimane la sensazione che questi giovani sindacalisti abbiano difficoltà a percepirsi sia come generazione sia come gruppo. Alla fine rimane il sospetto che lo “sgomitare” sia un’azione individuale, che manchi una coralità, una capacità di muoversi assieme.

“Il coraggio di buttarsi! Ci vuole un apripista. Noi abbiamo avuto la fortuna di aver un ragazzo che la diceva subito grossa nelle riunioni, così tutti gli altri pensavano: l’ha detta così grossa lui che io ora posso permettermi di dire quello che ho in testa” (E.).

C’è bisogno di qualcuno che apra la pista, di qualcuno che abbia coraggio per tutti. Se la divisione dei ruoli all’interno di un gruppo è normale ed auspicabile — quindi è comprensibile che qualcuno sia più intraprendente — rimane un dubbio. L’apripista sarà sostenuto dai suoi compagni? Sarà appoggiato sia se l’azione è vittoriosa sia se si rivelerà fallimentare? C’è una strategia, un progetto? O qualcuno va semplicemente allo sbaraglio? C’è il rischio che chi osa divenga una sorta di vittima sacrificale?

“Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi... Vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli” (Umberto Saba, Scorciatoie e raccontini, Mondadori, Milano 1946).

Alla domanda diretta “Vi percepite come un nuova generazione di sindacalisti?” una risposta illuminante risuona nella sala: Io sì!: “Secondo me c’è lo spazio e la forza per essere una nuova generazione di sindacalisti. Non so se lo siamo. Io sì. Io personalmente sì”.

Durante la sessione di focus ho cercato di indagare il senso di piena soggettività — quindi di piena responsabilità, scevra da alibi generazionali — dei giovani sindacalisti. L’analisi del materiale raccolto rivela una sorta di “gioco identitario” tra juniores e seniores, i cui tratti non sono chiari. Chi scrive, tuttavia, non ha individuato una spinta generazionale al cambiamento. I giovani sindacalisti paiono adottare un approccio marcatamente realista, disincantato e a tratti piuttosto rinunciatario nei confronti della vita sindacale. Anche l’accento posto sulle situazioni concrete — che di primo acchito può sembrare sinonimo di pragmatismo — potrebbe sostenere la chiave interpretativa proposta. Questa disposizione può rivelare uno schiacciamento sul qui ed ora, ovvero una difficoltà nella progettazione del futuro (i partecipanti hanno sottolineato a più riprese la mancanza di tempo dovuta all’incalzante susseguirsi di emergenze giornaliere), una difficoltà di interpretazione della vita sindacale.

L’autoriconoscimento intra-generazionale dei giovani sindacalisti sembra piuttosto debole: non paiono percepirsi come generazione. Un legame generazionale debole può inficiare una partecipazione attiva e sentita da parte del gruppo dei giovani, che possa produrre cambiamenti all’interno dell’organizzazione. Karl Mannheim osservava acutamente: “La gioventù non è per natura né progressiva né conservatrice, ma è una potenzialità pronta a qualsiasi nuovo passo” (1951, 60).

È pertanto indispensabile tener conto dell’oscillazione storica dei giovani, tra conflitto ed integrazione, tra apatia e partecipazione. Nelle società europee (odierne e del passato) sono frequenti i casi di giovani generazioni politicamente indifferenti, che possono rifarsi acriticamente agli orientamenti “tradizionali” già elaborati dai loro genitori; oppure rimuovere quasi completamente la politica dai loro orizzonti di azione pubblica (Bettin 1997). I dati raccolti dall’Eurobarometro ci dicono che i 4/5 della popolazione giovanile intervistata in Europa si ritrova in tre tipi: gli individualisti, i conformisti ed i neo-conservatori.

I giovani dovrebbero riattivare il senso di appartenenza a una generazione. Gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione di questo auspicio sono innumerevoli. Un partecipante al focus ne evidenzia uno piuttosto dirimente:

“Siamo cresciuti in una società in espansione, per certi versi facile, i nostri genitori pure… Gli ultimi che hanno avuto un ambiente che era veramente difficile sono stati i nostri nonni… I giovani non hanno le palle per imporsi. L’unico meccanismo individuato per trovare un posto in questa società è la cooptazione”.

E i sindacalisti seniores? Nel 1967 — quindi stiamo parlando della generazione che, come ci ha raccontato un intervistato, dice: Io-che-ho-fatto-il-’68! — Jaques Brel cantava: “C’è voluto del talento | per riuscire a invecchiare | senza diventare adulti”.


Bibliografia


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BETTIN LATTES, G. (1997) Alcune considerazioni sul mutamento delle generazioni e sul mutamento politico, in G. Bettin (cur.) Politica e società. Studi in onore di Luciano Cavalli. Padova: Cedam.


BIRINDELLI, P. (2006) Clicca su te stesso. Sé senza l’altro. Catania-Roma: Bonanno.


CORRAO, S. (2000) Il focus group. Milano: Angeli.


ERIKSON, E.H. (1968) Identity Youth and Crisis. New York: Norton. Trad. it. Gioventù e crisi di identità. Roma: Armando 1974.


FREUD, A. (1936) L’Io e i meccanismi di difesa, in Opere, vol. 1. Torino: Boringhieri 1978.


FROMM, E. (1941) Escape from Freedom. New York: Farrar & Rinehart. Trad. it. Fuga dalla libertà. Milano: Comunità 1963.


MANNHEIM, K. (1952) The Problem of Generations, in Essays on the Sociology of Knowledge. London: Routledge and Kegan. Trad. it. Il problema delle generazioni, in Sociologia della conoscenza. Bari: Dedalo 1974.


MARRADI, A. (2005) Raccontar storie. Un nuovo metodo per indagare sui valori. Roma: Carocci.

Paper presentato alla 4th Conference “Young People & Societies in Europe and Around the Mediterranean”, International Sociological Association, Forlì (Italy) 26th-28th March 2009.